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Gio07182024

Last updateLun, 27 Feb 2017 8pm

A Mille Occhi omaggio a Lia Franca e Giuseppe Fava

A Mille Occhi i percorsi che omaggiano Lia Franca e Giuseppe Fava

Nella quarta giornata di festival, ieri 17 settembre, hanno preso il via due percorsi cruciali di questa settimana di cinema e arte, due percorsi che omaggiano personaggi molto diversi fra loro eppure entrambi di straordinario spessore: l’attrice triestina Lia Franca e il giornalista siciliano Giuseppe Fava.

Primo film in programma per il percorso “La stella della rinascita” è “Resurrectio” (1931) di Alessandro Blasetti, lungometraggio d’esordio come protagonista femminile per Livia Penso, in arte Lia Franca, che il festival ha deciso di celebrare - alla presenza della nipote Gianna Penso – in nome non soltanto di un riconoscimento ad una stella della nostra città ma anche di una riflessione di più ampio respiro sull’idea di rinascita nel cinema italiano. L’importanza di questa pellicola sta anche nel fatto che si tratta del primo lungometraggio sonoro mai prodotto in Italia, sebbene non il primo ad essere distribuito nelle sale.

Sfolgorante meteora del cinema italiano, Lia Franca si ritirò dalle scene proprio all’apice della sua carriera, quando cioè, appena dopo “Gli uomini, che mascalzoni…” – in programma per il 19 settembre alle 14:30 – sembrava che in lei e Vittorio De Sica fosse consacrata una coppia cinematografica di sicuro successo.

E mentre prosegue il percorso “Viaggio in Italia” con “Tempesta su Ceylon” (1963) di Georg Oswald e “Cose da pazzi” (1954) di Pabst, inizia da qui e da questo festival, con la proiezione di “Palermo oder Wolsfburg” e della serie “Siciliani” l’omaggio itinerante a Giuseppe Fava. Dalla data del brutale assassinio – il 1984 – di questa figura esemplare, il suo nome viene ricordato come quello di un grande giornalista ucciso dalla mafia. Indissolubilmente legato al concetto di coraggio e di ribellione civile al sistema malato imposto dalla criminalità organizzata, non viene più tuttavia ricordato come artista. Come scrittore, sceneggiatore, pittore. L’omaggio che parte dal festival I Mille Occhi alla presenza dell’attrice Marta Bifano – scoperta da Gassman grazie proprio grazie a un monologo scritto da Pippo Fava – e della figlia del giornalista, Elena Fava, è volto a riscoprire questo aspetto del grande personaggio siciliano. È volto a ricordare che la figura dell’intellettuale e dell’artista non è scindibile da quella dell’uomo di coraggio in aperto contrasto con una mafia che lui continuava a denunciare in un’attività giornalistica mai assoggettata ma che a Catania “non esisteva”, e “non esisteva” a tal punto da piazzare cinque colpi in testa all’uomo che in questi giorni ricordiamo. E dunque, affinché non esista davvero, raccogliamo la testimonianza tanto del giornalista quanto dello scrittore, tanto delle cronache quanto dei romanzi.

Zurlini protagonista della terza giornata di 1000 Occhi

Zurlini e Fava: protagonisti della terza giornata di 1000 Occhi

Trieste - Una domenica quasi interamente dedicata a Zurlini, la terza giornata di festival ieri 16 settembre, in attesa della giornata di oggi con gli omaggi all'attrice triestina Lia Franca e alla figura di Giuseppe Fava, grande giornalista ma anche uomo di profondo spirito artistico – l'omaggio itinerante che parte da Trieste e arriverà fino in Sicilia intende appunto riscoprire questo aspetto spesso dimenticato.

Ma intanto, nella terza giornata, “L'invitata” di Vittorio De Seta (1969) e “Stella di Rio” di Kurt  Neumann (1955) sono stati quasi una parentesi in una lunga pagina sul cinema di Zurlini.

Cinema e non solo: il documentario sull'arte di Alberto Burri in mattinata, una serie di cortometraggi nel pomeriggio e la proiezione, in apertura di serata, dei filmati tratti dal Carosello in cui il regista ha diretto Mina si sono alternati ai lungometraggi.

Dopo la presentazione di Germani di uno dei film più apprezzati di Zurlini, “La ragazza con la valigia” (1961), la compagna del regista, una emozionata, riservata Marie-Françoise Brouillet, ha ringraziato il pubblico e l'organizzazione del festival per la dichiarazione d'amore alla settima arte che ogni anno viene rinnovata dai Mille Occhi. La giornata si è chiusa con l'anteprima dalla Mostra di Venezia “Gli anni delle immagini perdute” di Adolfo Conti, documentario proprio su Zurlini, sulle sue opere cinematografiche ma soprattutto sui progetti mai realizzati – appunto, le “immagini perdute”.

Come perdute, se non fosse per l'archivio della Biennale di Venezia, sarebbero alcune immagini di uno dei grandi capolavori del cinema italiano e che questa mattina, per concessione appunto della Biennale di Venezia, è stato proiettato nella sua versione originale a beneficio dei presenti nella sala dell'Ariston.

Un “Cronaca familiare” (1962) se possibile ancora più struggente, ancora più toccante, in cui emerge ancora più luminoso e dolce, in quei sette minuti mai distribuiti nelle sale cinematografiche, il personaggio di Sylvie nel ruolo della nonna dei due protagonisti interpretati da Jacques Perrin e Marcello Mastroianni. Un vero peccato che quei sette minuti non fossero inseriti nel continuum della trama e che abbiano costretto il pubblico a un salto temporale. Flashback involontario all'interno del flashback che costituisce praticamente l'intero film. Ma pazienza: quando si assiste a una rarità del genere perdonare qualche dettaglio diventa quasi un piacere.

 

Foto tratta dal film Cronaca familiare

Nella seconda giornata di 1000 Occhi inaugurata la mostra con le foto di Breda Beban

Nella seconda giornata di 1000 Occhi le foto di Breda Beban

Trieste - Una seconda giornata intensa quella del 15 settembre per i Mille Occhi, a partire dalla mattinata che ha visto la proiezione di due pellicole italiane per il percorso “Expanded Dreyer”: “Caterina da Siena” di Oreste Palella e “Ginevra degli Almieri” di Guido Brignone.

Il programma pomeridiano si è aperto con il percorso “Viaggio in Italia”. Fra i tre film proposti (il primo è stato “I cavalieri dell'illusione” di Marc Allégret, prima parte del “Trittico di Genoveffa”) spiccano i due presentati rispettivamente da Enrico Ghezzi, che introduce “Genoveffa di Brabante” di Primo Zeglio, e da Olaf Möller, che dedica una piccola nota a “La leggenda di Genoveffa” di Arthur Maria Rabenalt.

Ghezzi ha riflettuto sulla rarità dell'opera presentata e sull'esperienza della visione cinematografica, mentre Möller ha esposto lo stile di Rabenalt, definendo il suo cinema “geil” - non solo bello visivamente, ma anche portatore di un'energia sensuale che in questo specifico film ruota intorno al tema della bellezza femminile.

Ciò che colpisce delle due opere è il modo in cui dallo stesso soggetto possano scaturire realizzazioni così diverse fra loro: la prima così teatrale nel quadro e nella recitazione e dalle scenografie quasi barocche; la seconda più vivida, moderna, intrisa di sfumature psicologiche.

La serata è stata dedicata ancora una volta a Zurlini con il trailer de “La ragazza con la valigia”, in programma per la terza serata, e la proiezione di “Estate violenta”, con una buona partecipazione di pubblico.

Ma questa è stata anche la giornata di apertura della mostra “The Adventure of the Real” con le fotografie “Arte vivo” di Breda Beban presso lo Studio Tommaseo, preceduta dall'anteprima italiana nella sala dell'Ariston dell'ultima opera dell'artista: “My Funeral Song”.

L'opera mostra cinque persone vicine a Breda Beban, con l'occhio della cinepresa puntato in faccia e il sottofondo di quella che sceglierebbero come canzone per il loro funerale. Pensata per essere proiettata su cinque diversi schermi, è stata qui presentata con un montaggio in successione delle cinque parti. Un'opera densa di emotività, come l'emotività dei cinque volti nel quadro mosso della camera a mano: chi piange, chi ride e canta a squarciagola. Sguardi che vagano a destra e a sinistra a seguire le note si perdono ora in un'assorta riflessione, ora in un sorriso fra l'impacciato e il compiaciuto, un sorriso che, nella prospettiva del proprio funerale, prospettiva tanto lontana quanto vicina – prospettiva concreta quanto un punto di domanda – ricorda, paradossalmente, l'espressione di imbarazzata allegria di un bambino che si fa fotografare mentre soffia sulle candeline. Ventotto minuti che hanno riempito l’intera giornata di festival.

Nella foto, Breda Beban

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