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Mar02272024

Last updateLun, 27 Feb 2017 8pm

FEFF18, Pio d'Emilia racconta la tragedia dietro Fukushima

FEFF18, Pio d'Emilia racconta la tragedia dietro Fukushima

Udine – Nel 1986 si consumava la tragedia di Chernobyl, destinata a segnare per sempre la vita di milioni di persone e con conseguenze che si trascinano ancora oggi a causa della fuori-uscita di scorie radioattive. 25 anni dopo, a Fukushima, un altro evento sconvolse il mondo intero: ancora una volta il Giappone e l'umanità intera tremava sotto la minaccia del nucleare.

A mezzo decennio dal terremoto e tsunami dell'11 marzo 2011, ossia i disastri naturali che diedero il via alla catastrofe, il Feff ha ricordato lunedì 25 Aprile, al Visionario, quest'ultima con un docu-film inchiesta dal titolo eloquente: “Fukushima A Nuclear Story” diretto da Matteo Gagliardi e tratto dal libro “Tsunami Nucleare” di Pio d'Emilia, giornalista e corrispondente dal Giappone per Sky Tg24.

Un'inchiesta durata 4 anni, quella portata sul grande schermo da Teatro Primo Studio/Film Beyond, con lo stesso d'Emilia protagonista: le immagini girate da lui stesso amatorialmente o da un altro cameraman partono dagli attimi tremendi delle scosse che isolarono il Paese dal resto del mondo e arrivano fino all'anno scorso, passando per l'interno della centrale diventata famosa in tutto il mondo.

Ciò fu possibile solo nel 2013, però, quando la Tepco (l'azienda che gestiva l'impianto) permisea un pool di giornalisti stranieri di accedervi. Nel frattempo il corrispondente, che conosce perfettamente il Giappone vivendoci da decenni, è andato nei luoghi devastati dalle onde gigantesche che hanno invaso l'entroterra dell'isola per diversi chilometri, spazzando via edifici e vite umane. E quello che si vede lascia strazziati nell'anima.

“Chi è incerto sull'uso dell'energia atomica a scopi pacifici, dopo questo film non avrà più dubbi” sono le parole di d'Emilia, presente in sala insieme al regista, prima della proiezione. E certamente l'idea che si fa di questa fonte d'energia è tremenda, vedendo ormai in quei reattori teoricamente inviolabili una possibile bomba ad orologeria che potrebbe determinare la fine di una nazione intera.

Com'è quasi accaduto per quella nipponica, salvata da una valvola rotta che ha impedito l'abbassamento dell'acqua dalla piscina in cui sono custodite le barre d'uranio: un evento fortuito come ha rivelato in un'esclusiva intervista su quanto realmente accaduto a Fukushima l’ex Primo Ministro Naoto Kan, dimessosi dopo il disastro e sostituito dal nazionalista Abe, orientato invece a puntare ancora sull'atomica. Ad oggi, comunque, solo 2 su 52 centrali sono state riattivate dopo lo tsunami.

La musica intensa, compostada Fabrizio Campanelli ed eseguita dall’Orchestra Sinfonica di Budapest, accompagna per quasi un'ora e mezza lo spettatore. Non ci si perde nei dettagli ma si mantiene comunque una coscienza scientifica, per analizzare come sia potuto accadere tutto ciò: si scopre così che scosse e onde anomale sono state solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, per uno scenario tenuto nascosto dai vertici dell'azienda per troppo tempo. E, ancora una volta, il dilemma sull'energia diventa prioritario, in un mondo dove non si può morire più come “effetto collaterale”.

FEFF18, una commedia sul calcio racconta la Maleysia delle meraviglie

FEFF18, una commedia sul calcio racconta la Maleysia delle meraviglie

Udine – Le grandi stelle mondiali del calcio le conosciamo tutti: da Pelè a Maradona, passando per Cruijf e Baggio fino agli odierni Messi e Ronaldo. Appena però passiamo sui campi orientali, però, l'elenco si sfoltisce subito e, comunque, difficilmente troveranno spazio nei ricordi degli appassionati.

Nei Paesi più esotici, invece, il termine “campione” lo si affibia anche a chi non ha lo stesso rilievo di colleghi sudamericani o europei. Lo sanno bene in Maleysia, terra non proprio famosa per una tradizione calcistica ma dove comunque questo sport è seguitissimo: da lì è arrivato al FEFF “Ola Bola”, film diretto da Chiu Keng Guan.

Presentato lunedì 25 Aprile, alla presenza dello stesso regista, questa commedia parte dall'oggi per riavvolgere una storia in flashback ambientata tra la fine degli anni '70 e inizio '80: quella della Nazionale di calcio malese, che nel 1976 aveva sfiorato la qualificazione alle Olimpiadi e che quattro anni dopo non aveva rinunciato al sogno. Ma il percorso ad arrivare al successo fu costellata di cadute.

Il racconto ripercorre tra il fedele e il romanzato il clima che si creò dentro e fuori dalla squadra, capitanata da Chow Kwok Keong (interpretato da JC Chee e che nella realtà si chiamava Soh Chin Aun, nella foto), promettente calciatore che rinunciò a una carriera in Inghilterra per rimanere vicino alla famiglia. Nel film si vede come in pratica egli era il mister sul campo, atteggiamento che non piacque da subito al nuovo allenatore, Harry Mountain.

Non c'era solo lui, però, dentro questa formazione: l'attaccante stakanovista Ahmad Ali, ispirato ad Hassan Sani; il portiere Muthu Kumar, alias R. Arumugam; ed Eric, molto probabilmente figura inventata come espediente narrativo e che racconta, alla giornalista Marianne, come quel gruppo maturò nel corso dei mesi e arrivò alla sfida decisiva per Mosca 1980 con il morale alle stelle. Senza immaginare cosa li avrebbe attesi ad un passo dall'incoronare il loro sogno.

Frustazioni nella vita e figuracce in campo sono un filo rosso nella vita di questi personaggi, a cui attorno ruotano le proprie famiglie e amici, a loro volta carichi di problemi. Queste icone del pallone diventano così uomini in carne ed ossa, uguali a tutti gli altri e che otterranno la “redenzione” solo facendo squadra e dando vita così a un sogno. Che fino a prima si inseguiva come un cane che tenta di azzannarsi la coda.

Chiu Keng Guan ha dato vita a un film che pulsa di emozioni, con un cast che gioca quasi meglio di una vera squadra. Le citazioni del mondo cinematografico calcistico sono evidenti, da “Holi e Benji” fino a “Fuga per la vittoria”, mentre dal punto di vista politico il messaggio che passa è abbastanza discutibile: dalla scoperta delle gesta della Nazionale, il sentimento patriottico anche del malese più disaffezionato si accende.

Il richiamo allo spirito colletivo dell'esercito, in un'area geografica come il Sudest asiatico con un triste passato in quel senso, lascia perplessi. Ma il nucleo dell'opera è impencabile, capace di toccare le corde emotive di qualsiasi amante del pallone. E alla fine farà male l'esclusione della Malesia dalle Olimpiadi, in segno di protesta per l'invasione sovietica dell'Afghanistan quello stesso anno, ma un sono sarà realizzato comunque.

FEFF18, il regista Park Hoon-Jung racconta il suo "The Tiger" al pubblico

FEFF18, il regista Park Hoon-Jung racconta il suo

Udine – Grandi film e grandi protagonisti, come ogni anno d'altronde, negli appuntamenti del Far East Film Festival. Ieri si sono svolti, al primo piano del Teatro Nuovo Giovanni da Udine, i primi appuntamenti della rassegna mattutina dei FEFF18 Talks, incontri con gli ospiti della kermesse aperti a pubblico e stampa.

Dopo l'apertura della otto giorni con la prima internazionale del suo “The Tiger”, il regista sudcoreano Park Hoon-Jung è stato quindi uno dei nomi della mattinata, iniziata con qualche minuto in ritardo dopo l'intervento dei produttori Johannie To e Yau Nai-Hoi di “Trivia”, proiettato sempre ieri sera.

L'incontro, moderato dall'attore Darcy Paquet, è partito quindi dalla protagonista per eccellenza del film: la tigre coreana, esemplare ormai estinto e ricreato per l'occasione grazie alla computer grafica. “È un animale che è nel cuore di tanti coreani” ha raccontato l'ospite, spiegando che il motivo che l'ha portato a realizzare quest'opera è proprio il profondo legame che i suoi connazionali hanno con questa vera e propria leggenda, la cui storia era tutt'altro che banale da raccontare.

I paesaggi in cui la storia è ambientata sono quelli di una montagna molto importante nella storia e geografia della Corea del Sud: uno tra i più alti del Paese, con una circonferenza di 320km ed è sacro per la popolazione. Fu, oltrettutto, scenario di violenti scontri armati durante le guerre di Corea, per cui la sua presenza nella pellicola è fortemente simbolica nell'immaginario colletivo sudcoreano.

Nonostante il poco tempo a disposizione, c'è stato spazio anche per le domande del pubblico. Ecco quindi la curiosità sul rapporto con la computer grafica, che ha costretto gli attori “a lavorare nel vuoto”, come ha affermato lo stesso Hoon-Jung, ma i risultati ottenuti sono andati oltre le sue aspettative, ricreando un esemplare tigre diversa da come la si rappresenta di solito.

A chi gli chiede se quest'opera possa ambire a una candidatura come miglior film straniero ai prossimi Oscar, la risposta è: “Non ci ho mai pensato, ma mi farebbe piacere”. Anche perché sarebbe il primo titolo sudcoreano a raggiungere un traguardo simile. Il futuro, infine, è tinto di noir: le riprese del suo prossimo film inizieranno a settembre e sarà vietato ai minori.

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