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Last updateLun, 27 Feb 2017 8pm

Johnnie To: "il futuro del cinema di Hong Kong sono i registi del Fresh Wave!"

Johnnie To:

 Il futuro del cinema di Hong Kong? Sono loro: i giovanissimi registi del “Fresh Wave!”. Parola di Johnnie To, l’ospite illustre del quattordicesimo Far East Film, premiato, la seconda serata del festival con il Gelso d'oro alla carriera, al Teatro Nuovo Giovanni da Udin. Il noto regista era ad Udine per  presentare la commedia “Romancing In Thin Air” ma anche, quattro corti del “Fresh Wave Short Film Festival”. "Voi, ragazzi, dovete girare più film che potete, ha aggiunto il regista, rivolgendosi a Wong Wai-kit, Mo Lai e Li Yin-fung, i tre beginners che lo hanno seguito a Udine, e, quando li avete girati, dovete subito portarli sotto i riflettori di Far East Film!".

Non a caso, il Festival friulano è la prima sponda occidentale toccata da Mister To per promuovere le opere dei suoi allievi (opere mai uscite prima dai confini asiatici!). Seguirà, il 29 giugno, la trasferta alla decima edizione di Paris Cinéma, nell’ambito della sezione Hong Kong à l’honneur: un corposo omaggio al cinema dell’ex colonia britannica.

Il Fresh Wave, diretto stesso Johnnie To per conto dell’Hong Kong Arts Development Council, dà voce ai nuovi talenti hongkonghesi e ha trovato proprio nel mitico regista (Presidente del Film and Media Arts Group) una solida colonna e un entusiasta ambasciatore internazionale: scoprire, coltivare e promuovere la next generation di cineasti e filmmaker è, per lui, il modo più felice di salvaguardare l’anima creativa della sua amatissima Hong Kong e di garantirle una continuità nel tempo.

Quello di Johnnie To è uno dei nomi più cari al team e agli spettatori di Far East Film: un’amicizia che dura da tempo, visto che fin dal numero zero del festival, nel 1998, il pubblico ha letteralmente adorato il mitico regista (l’anno successivo, poi, fu proprio il suo memorabile “A Hero Never Dies. Hongkonghese per nascita, ma udinese per affettuosissima acclamazione popolare, To ha inoltre voluto girare proprio nella città friulana alcune scene del suoYesterday Once More nel 2004.

Dopo la proiezione al FEFF, “Romancing in Thin Air” farà tappa al Trento Film Festival, storica rassegna internazionale dedicata al cinema di montagna.

 Nel terzo giorno di programmazione del festival invece,  altro debutto importante. Far East Film 14 non darà spazio soltanto all’Asia contemporanea ma anche al suo passato, documentando attraverso 10 titoli invisibili in Occidente uno dei periodi più scuri (ma, culturalmente, più fertili) della storia della Corea del Sud: gli anni ‘70. The Darkest Decade: Korean Filmmakers in the 1970s, questo il titolo della preziosa retrospettiva firmata da Darcy Paquet e in apertura lunedì 23 aprile, racconterà come a dispetto dell’ambiente politicamente e socialmente repressivo, durissimo, caratterizzato da una feroce censura, alcuni registi abbiano scelto, con grandi risultati, di rimanere attivi per tutto il decennio, producendo così alcune delle opere più memorabili della storia del cinema nazionale.

Sono cinque i grandi maestri selezionati: a cominciare dall’autorevolissimo Kim Ki-young (il suo leggendario The Housemaid del 1960 è stato riletto, nel 2010,  da Im Sang-soo e proprio Im Sang-soo presenterà tra pochi giorni al Festival di Cannes il thriller erotico “Taste of Money” interpretato dallo stesso Darcy Paquet!) e proseguendo con Lee Man-hee, Kim Soo-yong, Yu Hyun-mok fino, ovviamente, a Im Kwon-taek, il più noto al pubblico occidentale.

The Darkest Decade sarà una celebrazione dei loro successi come il film d’apertura, "Pollen" (1972), paragonato a Teorema di Pasolini: l’opportunità di testimoniare, per la prima volta fuori dai confini sudcoreani, la storia delle loro lotte e delle loro carriere tutt’altro che in discesa (Lee Jang-ho fu arrestato nel 1975 per uso di marijuana e riuscì a girare un nuovo film solo dopo l’assassinio del Presidente Park Chung-hee, Shin Sang-ok si vide revocata la licenza a girare e fu successivamente rapito e deportato in Corea del Nord).

Oltre a firmare la retrospettiva, Darcy Paquet firma il volume Il decennio oscuro – I registi coreani negli anni Settanta (edito dal FEFF in Italiano e in Inglese): una preziosa pubblicazione che, attraverso interviste, saggi, profili dei registi, intende situare i capolavori nascosti nel loro esatto contesto storico e, perché no? stimolare i lettori alla ricerca di altre gemme sepolte nella darkest decade.








Zhang Yuan: il volto umano del pianeta Cina

Zhang Yuan: il volto umano del pianeta Cina

Al  primo giorno della sua personale, a Pechino si sono presentati in diecimila visitatori.

“Beijing Flickers” la mostra di fotografie del regista Zhang Yuan, tra i più importanti cineasti del cinema cinese, in Galleria Tina Modotti a Udine, è un’anteprima europea regalata da Far East film Festival al suo pubblico. Racconta, con un centinaio di foto, i desideri inespressi di una metropoli e nasce come parte di un percorso artistico spiegato, dallo stesso regista, nato a Nanjing nel 1963, nel corso di un’intervista che apre la finestra su un mondo che non è poi così enigmatico e ci somiglia per le contraddizioni con la quali deve fare i conti, ogni giorno.                    

“La Cina delle Olimpiadi, il colosso economico che detta le regole del mercato e corre alla velocità di un gigante  è fatta di persone, spiega Yuan, ognuno con una storia e un desiderio da realizzare. La generazione a cui appartengono i volti che ho ritratto non corre veloce quanto il “mercato” e per non perdersi pezzi per strada, pezzi di storie, era necessario rallentare, scattare, intervistare e poi scrivere una sceneggiatura che in un film ne assemblasse i pezzi”. 

Cerca l’unicum, Yuan e se i suoi scatti d’autore  ci premettono di conoscere più da vicino i giovani outsider di Pechino (Beijing Flickers) è anche vero che storie così le potremmo trovare in tutte le grandi metropoli: Pechino New York, Los Angeles, Londra, Roma. “Ogni comunità, persino quella asiatica che fa un miliardo di persone ha dentro di sé una "sotto comunità" di giovani pieni di  speranze, sogni e fragilità. Quando un Paese, come la Cina si sviluppa velocemente, sono i giovani,  quelli che restano indietro, spiega il regista.

Artisti, assistenti sociali, operai, studenti e disoccupati. Lo sfondo è quello di una città presa d’inverno, nella dimensione che, spiega Yuan “amo di più, il bianco e nero”, quello che maggiormente si carica di contrasti." Per realizzare gli scatti ha utilizzato il metodo del “cast calling” tramite Twitter raggruppando più di duecento giovani. "Dopo gli scatti ho desiderato ascoltare i ragazzi ritratti, ho realizzato alcune videointerviste e infine il film.”E aggiunge: la tecnologia ha grande peso e la nuova generazione di cineasti asiatici gode, rispetto alla mia delle grandi possibilità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione”.

La macchina fotografica poi scherma, protegge e permette la distanza. “Si, conferma il regista per questo chi ha visto la mostra a Pechino era in difficoltà, sembrava non riuscisse a riconoscere immediatamente la realtà che avevo ritratto quasi che io avessi spinto oltre lo sguardo e prefigurato un dolore e uno smarrimento di una generazione prossima a venire. Invece è questa”.

La sua presenza a Far East, dopo Berlino, Cannes, Venezia, chiediamo che differenze porta con sé? “Il Far East è fatto da chi ama il cinema e quindi l’occhio che sovraintende è quello di chi  si mette accanto al regista. I grandi festival internazionali sono inevitabilmente, ma è giusto che sia così, orientati al mercato. Quello che posso dire è che il mondo si  rimpicciolisce se a parlare sono i sentimenti e i desideri delle persone. Quando le questioni sono culturali e politiche allora si che il mondo con le sue differenze sembra immenso. Con le foto ho voluto fermare, mettere la mia attenzione sugli individui e le loro storie. Il cinema corre, la Cina corre, la foto ferma un pensiero e costringe  ad immaginare un paese e la gente che ci vive.”

 

Fabiana Dallavalle








Far East: "la cultura è la chiave d’accesso al mondo".

Far East:

Teatro gremito, il clima che si respira è internazionale. Non siamo sulla Croisette ma alla serata di inaugurazione di far East Film Festival numero 14 e l’emozione corre veloce. Il passo è quello dell’Oriente cinematografico e dell’unico festival italiano dedicato tutto, al cinema asiatico. Sul palcoscenico è Sabrina Baracetti, presidente CEC che con Thomas Bertacche è l’ ideatrice del festival , ad aprire ufficialmente la serata senza mancare prima il ricordo di un amico e fondamentale collaboratore, Francesco Novello, scomparso quest’anno, a cui viene dedicato un trailer nel segno del festival, rosso passione  pieno di facce di amici e compagni di lavoro.

“La cultura non è un optional, non è uno svago, ma una chiave d’accesso al mondo, spiega Baracetti. Non è un lusso ma un diritto e la crisi si combatte investendo nella cultura”. Niente di più vero aggiungiamo. Consumare cinema, parole, immagini d’arte è l’unico messaggio sensato di questi tempi. Sono gli unici beni, rimasti sul pianeta che non producono rifiuti,  non si ammassano negli armadi, tengono in movimento cuore e cervello e muovono l’economia sensatamente.

E Far East, va detto, ha fatto bene in questi quattordici anni. Ha raccontato ad Udine l’Oriente quando ancora non era “cool” ma soprattutto ha fatto autenticamente cultura portandoci a casa un mondo che attraverso il cinema ci spiega che la l’East non è affatto far.

I mille duecento del Giovanni da Udine, totalmente  trasformato nel look per la nove giorni cinematografica, rispondono alle parole del presidente CEC con un applauso fragoroso. In platea c’è anche Jonnie To, accolto da un’ovazione. “Un amico del Festival che è tornato a salutarci”, dice Baracetti. Il regista, membro della giuria del festival del cinema di Cannes, si alza, saluta, ringrazia. Forse non ha dimenticato che il Feff ha contribuito significativamente alla sua  rapida ascesa.

Dalla barcaccia del Nuovo intanto, due noti cinefili, Tatti Sanguinetti e Giorgio Placereani, chiacchierano di cinema. La prima domanda del duo è per il sindaco di Udine, Furio Honsell, e per Tarcisio Mizzau, presidente della Fondazione del Teatro Nuovo. Non si fa cogliere impreparato il professor Honsell, che da il benvenuto agli ospiti asiatici in mandarino e cita tra i suoi film preferiti “Here comes the bride”, film ironico che mette d’accordo mente e corpo. Più tradizionale Mizzau. Il suo film preferito è “La strada” di Fellini. Mentre i Sanguinetti e Placereani ricordano alla platea che i festival nascono per compiacere la politica, e dunque, il Feff ha altra motivazione, è già tempo di assistere alla prima proiezione del festival. “Sunny”  commovente commedia corale,  sull’amicizia femminile: un’opera dove passato e presente si scambiano continuamente la pelle, tra nostalgia e sorrisi, musica e lacrime, vista in patria da più di sette milioni di spettatori.

Da ieri fino al 28 aprile, il pubblico potrà assistere, al Visionario e al Giovanni da Udine alla proiezione di ben 57 titoli (più 5 cortometraggi),  2 anteprime mondiali, 14 anteprime internazionali e 16 europee: il meglio delle produzioni di Cina, Hong Kong, Taiwan, Giappone, Corea del Sud, Thailandia, Malesia, Indonesia, Filippine e Singapore.


L’opening night ha  proseguito poi con la prima europea del giapponese Hard Romanticker: Cupo e crudele, il film racconta le avventure violente del giovane delinquente Gu, ispirato alla vera vita del regista (Gu Su-yeon).

 

Stasera toccherà al il regista giapponese Takeuchi Hideki, che alle 20.15 presenterà in prima mondiale il suo attesissimo peplum-fantasy Thermae Romae (uscirà nelle sale giapponesi il prossimo 28 aprile).Tratto da un noto manga, con vasto seguito anche in Italia, il film narra le gesta dell’architetto Lucius (il divo nipponico Abe Hiroshi, assolutamente perfetto per il ruolo!) che, dall’Antica Roma, si ritrova improvvisamente catapultato nel Giappone contemporaneo con tutte le conseguenze del caso.

 

Fabiana Dallavalle

 








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