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Last updateLun, 27 Feb 2017 8pm

La buona scuola del governo Renzi: buona per gli industriali

La scuola del governo Renzi: buona per gli industriali

TRIESTE - C’è un filo, sottile ma solido, che collega il bisogno di supremazia economica degli USA con la rivalsa sull’Europa. Il Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti ne è la prova. E c’è un filo che collega la risposta economica che l’Europa è chiamata a dare, con la scuola: se l’Europa vorrà essere competitiva sul mercato mondiale, e rispetto agli USA, dovrà mettere in atto le strategie economiche elaborate dalla Tavola Rotonda Europea degli Industriali, ossia considerare la scuola come un “settore strategico”.

La dinamica è semplice: se la scuola dovrà essere il motore della crescita economica, dovrà essere capace di creare una massa di consumatori che diano impulso ai mercati incrementando le vendite e, nello stesso tempo, di creare una classe di lavoratori docili e assuefatti ai meccanismi della flessibilità e della mobilità: lavoratori che producano molto e costino poco.  Lo stesso ordine di motivazioni che orienta il governo alla riforma della Legge sul lavoro: svalutare il lavoro visto che non si può svalutare la moneta.

Non è sfuggito agli industriali che la scuola è il luogo in cui passano TUTTI i futuri cittadini e dove tutti gli adolescenti possono essere educati alla libertà critica e all’autonomia di giudizio oppure, viceversa, essere condizionati ad assumere gli atteggiamenti conformisti dei potenziali consumatori.

Negli USA questo è un dato risaputo: la Lehman Brothers, fin dal 1997, suggerì  agli imprenditori statunitensi di investire nella scuola, di rendere il sistema scolastico redditizio diminuendo il numero di insegnanti, aumentando il numero di alunni per classe e assumendo non abilitati perchè costano meno. Insomma: rendere la scuola un settore industriale competitivo rispetto alla spesa che serve a mantenerlo.

A esempio, Channel One, la rete televisiva che forniva programmi e tecnologia multimediale, produceva anche un programma didattico di venti minuti, dedicato agli alunni, in cui la pubblicità di due minuti veniva venduta alle multinazionali per 800 mila dollari. E infatti, già nel 1955 Milton Friedman, il teorico del liberismo, indicò che le scuole sarebbero state più efficienti se sottoposte alle leggi di mercato e della concorrenza con l'autonomia.

Questo è il motivo per cui con il trattato di Maastricht l’Unione Europea, pressata e ispirata dagli industriali europei, ha iniziato ad avere competenza in materia di istruzione. E questo è il motivo per cui il governo Renzi ha varato il progetto della “Buona scuola”: portare i privati nella scuola e far confluire il meccanismo dell’istruzione italiana nell’ambito della produttività aziendale, suggellando il processo con l’introduzione dei test INVALSI.  Perché la scuola italiana, così com’è, costa ancora troppo. E la  meritocrazia diviene il pretesto per tagliare le già magre risorse.

Di fronte a questa eventualità, le risposte e le critiche alla “Buona Scuola” sono state numerose e roventi (qui il collegamento ai nostri servizi). Dopo due mesi di consultazioni on-line e più di duemila incontri (tra hackaton, co-design jams, barcamp e world cafè come vuole il lessico inaugurato dal premier) ci si ritrova al punto di partenza: il governo dice che è stato un successo senza precedenti, e l’opposizione sostiene trattatarsi di un fallimento con una magra percentuale di partecipazione e di accessi.

Qualcuno avanza l’ipotesi che, più di un’autentica disposizione all’ascolto della base, si tratti di un’operazione di marketing e retorica demagogica, senza effettive ricadute sulle decisioni ministeriali che sembrano, peraltro, già deliberate: in effetti, le mosse del governo spingono in questa direzione.

Per esempio, è di oggi la notizia che nel questionario di autovalutazione che le scuole dovranno presentare dall’anno prossimo, una delle voci decisive saranno i risultati del test INVALSI, vale a dire uno dei principali strumenti orientati a destrutturare la scuola odierna per adattarla alle esigenze imprenditoriali (qui il nostro servizio sull’argomento).

Occorre ricordare, tra l’altro, che le prove Invalsi sono eclusivamente scritte e non prevedono alcuna verifica orale che, d’altro canto, sarebbe troppo dispendiosa.

In sostanza, la “Buona Scuola” proposta dal governo sarà fondata su competenza, metodi e saper fare invece che su conoscenza, contenuti e sapere. In pratica la scuola non sarà più il luogo della cultura, della mediazione, della cooperazione o della trasmissione della memoria collettiva. Sarà, invece, il luogo della competizione, del consumo e della rapidità.

Per rendersene conto, è sufficiente leggere le 136 pagine del progetto. Qui manca ogni accenno alla didattica, alla pedagogia e al diritto allo studio. Manca ogni aggancio alla Costituzione repubblicana e ai concetti di uguaglianza e di accesso all’educazione statale. Sembra passato inosservato il fatto che nel titolo del ministero dell’Istruzione sia scomparso, già da molto tempo, il termine “Pubblica”.

Il fine principale, e unica intenzione concreta e dichiarata, è la compressione dei salari con la limitazione della spesa, la modifica dello statuto giuridico dei docenti, l’introduzione della competizione tra insegnanti, della mobilità territoriale, della flessibilità delle mansioni. E poi l’introduzione della tecnologia e delle imprese. Tutti i docenti sono destinati a competere tra loro, a guadagnare meno e produrre di più. Solo i dirigenti, ossia i presidi, non subiranno decurtazioni dello stipendio.

Il meccanismo meritocratico che organizza la progressione di carriera dei docenti, come quasi tutti i sindacati hanno provato con calcoli e proiezioni, in realtà porta la categorie ancora più indietro rispetto le medie europee ed è uno specchietto per le allodole, per tutti coloro che credono al mito dell’”insegnante fannullone” e ritengono che 60 euro al mese siano sufficienti a riformare la classe insegnante e motivarla a produrre impegno, dedizione e rinnovamento.

Il fine principale, come vogliono la logica neoliberista e gli interessi di mercato che guidano le scelte finanziarie europee, è quello di deprimere la massa dei lavoratori e fidelizzare, gratificandola, l’élite dei dirigenti. D’altro canto, un rapporto OCSE del 1996 già auspicava che gli insegnanti fossero ridotti al semplice rango di “prestatori di servizi educativi”. E, di conseguenza, le scuole diventeranno un luogo di controllo sociale ed economico.

[Roberto Calogiuri]

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